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Ci sono solo pochi giorni per visitare la mostra di Jhafis Quintero a Palazzo Barolo, Torino

novembre 9, 2017

A Palazzo Barolo i “santi malandrini” di Jhafis Quintero

Esposte le opere dell’artista “nato” in carcere: un tempio racchiude la devozione delle favelas per i criminali-Robin Hood

«i santi cattolici non sempre arrivano alle favelas e allora la gente delle favelas trova dei “santi” più vicini, che rendono l’esistenza dei disperati, un po’ più accettabile. Così nasce il culto intorno alle figure di delinquenti, di trafficanti, che hanno donato parte dei loro bottini. Robin Hood moderni che i poveri pregano…». Jhafis Quintero, artista panamense, classe 1973, i «santi malandrini» li ha portati nella casa di Giulia e Tancredi di Barolo, la coppia della santità sociale torinese che credeva nella forza salvifica della bellezza, impegnata contro l’ingiustizia che nasce dalla povertà. Nella sua opera, «Domus Sanctorum», da ogni statua di gesso esce una preghiera. Le parole, in spagnolo, suonano come assoluta normalità e al tempo stesso assoluta accusa di abbandono. In carcere, l’artista (che vive a Verona) ha trascorso dieci anni e in quegli anni, grazie ad un incontro fortunato (Haru Wells), ha scoperto nell’arte la via in cui incanalare la spinta verso la trasgressione che l’aveva portato a delinquere. Dagli anni del carcere, la sua fama è internazionale.

IL TEMPIO OVALE  

Nel tempio ovale (l’uovo simboleggia il sincretismo), costruito con studenti, artigiani, cittadini torinesi con e senza dimora, c’è Ismael, di Caracas, accoltellato in una lite, ladro innocuo che difendeva il suo territorio da altre bande di teppisti, rapinava le banche per dividere il bottino con i più bisognosi. C’è Tomasito, morto per 132 colpi di pistola. I suoi complici lo lasciarono solo all’arrivo della polizia. Poi, Johnny, di buona famiglia, ucciso dai trafficanti di droga. E Jesus Malverde, un bandito conosciuto come «il santo dei narcos» che fece in modo di farsi consegnare agli agenti da un amico che avrebbe dato il denaro della taglia ai poveri…

L’opera di Quintero fa parte della collettiva «Fuoriserie», in corso fino al 12 novembre a Palazzo Barolo, Polo delle Arti Relazionali Irregolari (PARI), con le altre due mostre del progetto Singolare e Plurale («Chiaroscuro» e «Divergoconarte»): venti artisti internazionali, emergenti o del tutto sconosciuti, torinesi e non, espongono in dialogo o in assolo. «”Fuoriserie” esprime un’area “porosa”, artisti affermati, altri che sono affermati ma si confrontano o si sono confrontati con la marginalità, con la disabilità, altri ancora sconosciuti. Tante condizioni diverse, ma ciascuno qui è presente solo con la propria ricerca, senza dichiararsi», spiega Tea Taramino, riferimento storico dell’«arte irregolare» torinese, curatrice della rassegna con Daniela Rosi.

UNA STORIA NELLA STORIA  

Tra le opere dei venti artisti di «Fuoriserie», quella di Quintero è una storia nella storia. «La gente, quando vive in posti così lontani dallo Stato e dalla Chiesa, fa come può. Gli uomini nascono tutti uguali, ma l’ambiente di una favela in Venezuela, in Messico, a Panama, in Cile, Colombia o Argentina li modifica. In una favela facilmente sei bollato come delinquente. Questi santi popolari riflettono esattamente com’è la vita al di fuori della protezione dello stato economico e sociale», ricorda l’artista, che alla Biennale di Venezia 2013 ha rappresentato Panama con un’installazione video. «Questo progetto l’avevo in testa da tempo, si lega alla mia biografia complicata, dalla linea mossa come il registro del cuore. È il risultato di una lunga ricerca e della mia esperienza sull’evoluzione della malavita nei tempi moderni. E della cultura parallela che si sviluppa ai margini della società con i propri rituali».

Maria Teresa Martinengo, La Stampa Torino
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